Arte e follia

La follia nell'arte del cinquecento

 

L’ideale di bellezza perseguito dall’arte ha eluso ed escluso sino ad un dato momento storico immagini e soggetti non riferibili a quei criteri di regolarità, di equilibrio e di armonia attraverso i quali contemplare la perfezione della natura.  La follia, intesa come alterazione della personalità umana, è stata accolta nel grande repertorio figurativo dell’arte, ma è solo nel corso del Rinascimento che la follia diventa oggetto di indagine speculativa, testimoniata da scritti, da trattati e da numerose rappresentazioni. Una significativa riflessione su questo argomento viene infatti prodotta, tra la fine del 1400 e la soglie del secolo successivo, soprattutto nell’area culturale del Nord Europa,  percorsa da correnti di pensiero sia mistiche che eretiche.

Nell’Elogio della follia, pubblicato nel 1508, Erasmo da Rotterdam distingue due forme di pazzia. Una è quella di chi assecondando le proprie passioni e seguendo il proprio istinto, affronta quello che la vita gli presenta, adattandosi alle situazioni e alle necessità, un po’ come il matto dei tarocchi. L’idea della mutevolezza dell’essere in armonia con la mutevolezza della natura attraversa tutto il Cinquecento europeo, ed è proprio questo  il secondo aspetto della pazzia, di valenza negativa descritto da Erasmo; è la follia che si può riconoscere nei maniaci, in coloro che perseguono un solo scopo nella vita, non ne comprendono l’essenza profonda consistente, appunto, nella sua varietà.

 

La follia, considerata per di più come una sorta di punizione inflitta all’uomo per la continua caduta nel peccato e per il perseguimento di piaceri personali, si manifestava, secondo l’opinione comune dell’epoca, fortemente improntata ad un rigoroso moralismo, attraverso la perita della ragione e l’alterazione dell’aspetto fisico.

Da questo punto di vista il pittore fiammingo Hieronymus Bosch (1450-1516) può essere considerato un singolare interprete della follia. Una assurda mescolanza di esseri umani con oggetti, animali e vegetali, creature fantastiche e mostruose, popolano i suoi quadri in una delirante atmosfera surreale. Sebbene il riconoscimento del significato dei soggetti di Bosch incontri numerose difficoltà, denominatore comune della sua pittura sembra essere la degenerazione dei costumi dell’epoca e la rappresentazione della follia dell’umanità, perseverante nel vizio e nella corruzione ed “inesorabilmente incamminata verso la perdizione” (E. Cerchiari-L. De Vecchi).

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Hieronymus Bosch dipinge tra il 1475 e il 1480 La cura della follia (Madrid, Prado), una sorta di ironico commento delle ambigue capacità curative dell’arte medica, che in quel periodo, vantava poteri superiori: Il dipinto è accompagnato da una scritta in tedesco, che recita: “Maestro cava fuori le pietre (della follia), il mio nome è lubbert das (letteralmente bassotto castrato, vale a dire sempliciotto, credulone).

La follia, secondo una credenza popolare, era provocata da una serie di pietre conficcate nella testa che un medico, con una semplice operazione, poteva estrarre. Il chirurgo ritratto da Bosch, indossa una lunga veste ed ha sulla testa un imbuto, mentre una donna che osserva la scena appoggiata ad un tavolo, regge con il capo un libro. L’imbuto e il libro, attributi tipici della sapienza utilizzati in maniera impropria, diventano nella visione di Bosch motivi di derisione della pratica medica che solo la stoltezza degli individui può ritenere capace della guarigione dalla follia. Non a caso il tulipano palustre estratto dal medico, indicativo del denaro, insieme al pugnale che trapassa la borsa del paziente, suggeriscono chiaramente come l’intervento chirurgico abbia finito con lo spillare denaro al credulone di turno. alt

Bosch dedica alla follia un altro dipinto, da alcuni studiosi messo in relazione con la pubblicazione nel 1494 del poema di Sebastian Brandt La nave dei folli. La tavola conservata al Louvre di Parigi, reca lo stesso titolo del testo e rappresenta una barca occupata da una allegra brigata di gaudenti, secondo una interpretazione dell’insolito soggetto. Una monaca, accompagnandosi con il liuto, intona un canto insieme ad un frate francescano intorno ad una tavola sulla quale sono posati un piatto di ciliege e un bicchiere. Numerose le altre figure affastellate nell’angusto spazio dell’imbarcazione battente l’insegna dei lunatici. Sulla destra un uomo, afferrandosi ad un tronco da cui penzola un pesce, vomita, mentre sullo stesso tronco un matto vestito secondo l’uso dei tarocchi, beve appollaiato su un ramo. Altri uomini cercano di addentare un dolce sospeso ad un filo ignari, come qualcuno fa notare, che il pollo conficcato all’albero maestro della barca, sta per essere sottratto da un ladro nascosto dietro un cespuglio sulla riva del fiume.

 

La scena sembra descrivere, più che un lauto banchetto, il magro pasto di poveri folli. Il lasciarsi trasportare alla deriva dalla corrente, allude metaforicamente alla punizione assegnata ai peccatori per Gola (uno dei sette vizi capitali), sebbene la simbologia  legata a molti elementi presenti, come le ciliege (simbolo del piacere e della mancanza di pudore per alcuni, emblema del paradiso per altri) o il vomito (indizio della perdizione dei peccatori e della disgregazione del corpo), complichi il significato del dipinto per più esigenti lettori.

 

Tratto da qui

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